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ENTRA NEI RESTAURI DEL
SECONDO PIANO..>>
Stanze A,B,C,D,E,F,H,I,L,M |
La squadra di restauro è composta da:
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Le notizie di seguito
riportate sono state estrapolate dalla ricerca della Dott.ssa
Maria Profeta De Giorgio pubblicata su 'Notizie
dalla Delfico' A. XVI (2002), 3, pgg. 6-17 |
Palazzo Savini
L’impianto strutturale dell’edificio
è sostanzialmente definito dal preesistente edificio delle
carceri centrali, la cui esistenza è documentata nel Catasto
antico del 1545.
Inizialmente, nella trasformazione a civile abitazione, avvenuta
nel XIX secolo, i due piani vengono adibiti ad ospitare al pian
terreno una serie di botteghe e al primo le stanze patronali.
Non si sa con esattezza quando e da chi è stato aggiunto
il secondo piano, probabilmente tra gli anni 30/40 e 70/80 dell’800.
Datata 1842 è infatti la decorazione più antica
a firma di Giuseppe Mancini mentre un’altra firma del De
Giacomo è del 1881.
Le ricche decorazioni che vi si trovano
dentro raffigurano temi assai diversi tra loro. Ci sono scene di
genere, scene mitologiche e allegoriche, scene storiche, paesaggi,
ritratti, temi religiosi e semplici decorazioni. Essi sono opera
di vari artisti tra i quali sicuramente figurano G. Mancini, G.
De Giacomo, V. Sardella e C. Mariani.

Giuseppe Mancini
La sua formazione è da ricondurre all’interno
dell’osservatorio artistico strettamente legato all’accademia,
e cioè la Scuola di disegno, costituita da Comune nel 1811,
in cui si professava lo studio e la copia dei modelli classici e
neoclassici. Della scuola fa parte anche Giuseppe Bonolis cha l’abbandona
quando viene espulso da Teramo nel 1820 per aver partecipato ai
moti carbonari rifugiandosi a Napoli dove accede all’istituto
di Belle Arti sotto la guida del maestro Joseph Franqui a sua volta
allievo di J. L. David. Diventa in seguito caposcuola del movimento
“realista napoletano” sicuramente da lui veicolato a
Teramo. Ciò potrebbe spiegare la felice vena naturalistica
di Mancini da cui il pittore prende il via per approdare ad un indirizzo
veristico schiettamente antiaccademico. A lui si possono certamente
attribuire la stanza con la raffigurazione di Diana firmata e datata
1842.
G. De Giacomo
Diverse sono le opere presenti nel palazzo a firma
di De Giacomo sia per sostanza iconografica che per appartenenza
culturale. Egli appartiene infatti a quel vasto filone storicistico-romantico
che caratterizza la produzione pittorica italiana a partire dalla
seconda metà dell’800. I temi trattati e la cifra stilistica
non possono non essere ricondotti che all’area artistica napoletana
dominata dalla figura di Domenico Morelli (1826-1901).
A lui si possono attribuire almeno tre stanze, firmate e datate
1881, in cui oltre alle decorazioni sono raffigurate una scena storica
di difficile decifrazione (probabilmente un episodio che vede protagonista
Alfonso V d’Aragona, I di Napoli), e due scene di genere una
in cui una fanciulla rimprovera degli amorini e una in cui si ritrae
un interno con una donna in costume.
Vincenzo Sardella
Vincenzo Sardella (Teramo, 1870) fu pittore, decoratore
e calligrafo. Formatosi alla scuola di Gennaro Della Monica, si
fece conoscere e apprezzare sul finire dell'Ottocento per le bellissime
insegne commerciali e le vetrine dei negozi. Esordì appena
sedicenne ridipingendo gli ambienti del caffè della Stazione.
La suoi fama è legata però, soprattutto, a due opere
realizzate a Teramo nei primi anni del Novecento: i dipinti della
chiesa dell'Annunziata e di villa Blandìna.
A lui sono attribuibili una decorazione con una divinità
frugifera – Flora o Pomona – che per la composizione
richiama la posa dell’Eterno michelangiolesco della Cappella
Sistina, e i numerosi “paesaggini” incastonati tra le
varie decorazioni o messi come sovrapporte. Essi rappresentano la
negazione di ogni precetto e ogni tradizione in favore della poesia
della vita di ogni giorno che deve molto alla cosiddetta “Scuola
di Posilippo” fondata a Napoli nella seconda metà dell’800
intorno alle figure di Gigante e Pitloo. Le loro scelte disancorate
da ogni tendenza metafisica, veicolate da artisti teramani di formazione
napoletana, furono certamente conosciute nella nostra terra e determinarono
delle scelte nate da un’istanza di rinnovamento a cui fu sensibile,
almeno nelle scelte di gusto, il nostro affrescatore.
Cesare Mariani
Il ciclo di lavoro sicuramente più prestigioso è quello
legato al nome di Cesare Mariani, nato a Roma nel 1826 e morto sempre
a Roma nel 1901. Era stato fervido affreschista della cosiddetta
“Scuola romana” iniziata da Tommaso Minardi, in franca
opposizione alle tendenze derivate dall’Accademismo francese,
nei primi anni del XIX secolo. Chiamato a decorare la cappella della
famiglia Savini, Mariani afferma gli ideali di una religiosità
lontana dalle pompe e dalle gale della chiesa ufficiale e per questo
più intimamente sentita. Nella realizzazione di tutti i personaggi
utilizza una preziosa gamma coloristica inserendo le figure oltre
i parapetti dellr finte finestre da cui si osservano ariosi paesaggi
realizzati secondo i principi di una prospettiva atmosferica.
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