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IL RESTAURO DELLE DECORAZIONI DI PALAZZO SAVINI - Corso Cerulli - TERAMO

 

 

ENTRA NEI RESTAURI DEL PRIMO PIANO..>>
Stanze 1,2,3,4,5,6,7,8,9

nicchia della Madonna del pianto

ENTRA NEI RESTAURI DEL SECONDO PIANO..>>
Stanze A,B,C,D,E,F,H,I,L,M


La squadra di restauro è composta da:


Luigi Franchi

Cinzia Valente


Carlo Cacciavillani


Manuela Alcinii

 

Le notizie di seguito riportate sono state estrapolate dalla ricerca della Dott.ssa Maria Profeta De Giorgio pubblicata su 'Notizie dalla Delfico' A. XVI (2002), 3, pgg. 6-17

Palazzo Savini
L’impianto strutturale dell’edificio è sostanzialmente definito dal preesistente edificio delle carceri centrali, la cui esistenza è documentata nel Catasto antico del 1545.
Inizialmente, nella trasformazione a civile abitazione, avvenuta nel XIX secolo, i due piani vengono adibiti ad ospitare al pian terreno una serie di botteghe e al primo le stanze patronali. Non si sa con esattezza quando e da chi è stato aggiunto il secondo piano, probabilmente tra gli anni 30/40 e 70/80 dell’800. Datata 1842 è infatti la decorazione più antica a firma di Giuseppe Mancini mentre un’altra firma del De Giacomo è del 1881.

Le ricche decorazioni che vi si trovano dentro raffigurano temi assai diversi tra loro. Ci sono scene di genere, scene mitologiche e allegoriche, scene storiche, paesaggi, ritratti, temi religiosi e semplici decorazioni. Essi sono opera di vari artisti tra i quali sicuramente figurano G. Mancini, G. De Giacomo, V. Sardella e C. Mariani.

Giuseppe Mancini
La sua formazione è da ricondurre all’interno dell’osservatorio artistico strettamente legato all’accademia, e cioè la Scuola di disegno, costituita da Comune nel 1811, in cui si professava lo studio e la copia dei modelli classici e neoclassici. Della scuola fa parte anche Giuseppe Bonolis cha l’abbandona quando viene espulso da Teramo nel 1820 per aver partecipato ai moti carbonari rifugiandosi a Napoli dove accede all’istituto di Belle Arti sotto la guida del maestro Joseph Franqui a sua volta allievo di J. L. David. Diventa in seguito caposcuola del movimento “realista napoletano” sicuramente da lui veicolato a Teramo. Ciò potrebbe spiegare la felice vena naturalistica di Mancini da cui il pittore prende il via per approdare ad un indirizzo veristico schiettamente antiaccademico. A lui si possono certamente attribuire la stanza con la raffigurazione di Diana firmata e datata 1842.

G. De Giacomo
Diverse sono le opere presenti nel palazzo a firma di De Giacomo sia per sostanza iconografica che per appartenenza culturale. Egli appartiene infatti a quel vasto filone storicistico-romantico che caratterizza la produzione pittorica italiana a partire dalla seconda metà dell’800. I temi trattati e la cifra stilistica non possono non essere ricondotti che all’area artistica napoletana dominata dalla figura di Domenico Morelli (1826-1901).
A lui si possono attribuire almeno tre stanze, firmate e datate 1881, in cui oltre alle decorazioni sono raffigurate una scena storica di difficile decifrazione (probabilmente un episodio che vede protagonista Alfonso V d’Aragona, I di Napoli), e due scene di genere una in cui una fanciulla rimprovera degli amorini e una in cui si ritrae un interno con una donna in costume.

Vincenzo Sardella
Vincenzo Sardella (Teramo, 1870) fu pittore, decoratore e calligrafo. Formatosi alla scuola di Gennaro Della Monica, si fece conoscere e apprezzare sul finire dell'Ottocento per le bellissime insegne commerciali e le vetrine dei negozi. Esordì appena sedicenne ridipingendo gli ambienti del caffè della Stazione. La suoi fama è legata però, soprattutto, a due opere realizzate a Teramo nei primi anni del Novecento: i dipinti della chiesa dell'Annunziata e di villa Blandìna.
A lui sono attribuibili una decorazione con una divinità frugifera – Flora o Pomona – che per la composizione richiama la posa dell’Eterno michelangiolesco della Cappella Sistina, e i numerosi “paesaggini” incastonati tra le varie decorazioni o messi come sovrapporte. Essi rappresentano la negazione di ogni precetto e ogni tradizione in favore della poesia della vita di ogni giorno che deve molto alla cosiddetta “Scuola di Posilippo” fondata a Napoli nella seconda metà dell’800 intorno alle figure di Gigante e Pitloo. Le loro scelte disancorate da ogni tendenza metafisica, veicolate da artisti teramani di formazione napoletana, furono certamente conosciute nella nostra terra e determinarono delle scelte nate da un’istanza di rinnovamento a cui fu sensibile, almeno nelle scelte di gusto, il nostro affrescatore.

Cesare Mariani
Il ciclo di lavoro sicuramente più prestigioso è quello legato al nome di Cesare Mariani, nato a Roma nel 1826 e morto sempre a Roma nel 1901. Era stato fervido affreschista della cosiddetta “Scuola romana” iniziata da Tommaso Minardi, in franca opposizione alle tendenze derivate dall’Accademismo francese, nei primi anni del XIX secolo. Chiamato a decorare la cappella della famiglia Savini, Mariani afferma gli ideali di una religiosità lontana dalle pompe e dalle gale della chiesa ufficiale e per questo più intimamente sentita. Nella realizzazione di tutti i personaggi utilizza una preziosa gamma coloristica inserendo le figure oltre i parapetti dellr finte finestre da cui si osservano ariosi paesaggi realizzati secondo i principi di una prospettiva atmosferica.